Cesare non deve morire

Actu on 28 Nov , 2015

Samedi 28 novembre 2015 à l’Espace Keller aura lieu la première séance dédiée au cycle   “il cinema si mette in scena”: Cesare deve morire des frères Taviani.

Année 2012

Prix: Ours d’Or au Festival de Berlin

Cinq David de Donatello 2012

I Registi

I fratelli Taviani, nati all’inizio degli anni Trenta, fanno parte di quella generazione di artisti che hanno fatto grande il cinema negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni in Italia si è cercato di promuovere un “cinema politico” ma senza trascurare lo spettacolo e il rapporto con il grande pubblico.

Per i Taviani la notorietà arriva con Sotto il segno dello Scorpione (1969), una favola politica che racconta il rapporto tra rivoluzionari e conservatori, rispecchiando i temi tipici del Sessantotto. Brilla l’interpretazione di Gian Maria Volontè, attore simbolo dei film impegnati del periodo. Nel 1971 esce San Michele aveva un gallo, una metafora storica che si pone delle questioni riguardo la possibilità di una rivoluzione. I film veramente più riusciti sono Padre padrone (1977, Palma d’oro al Festival di Cannes), ispirato a un romanzo di Gavino Ledda, che racconta la rivincita di un giovane pastore sardo contro la tirannia del padre (girato in lingua sarda), e La notte di San Lorenzo (1982, Premio speciale della giuria a Cannes), affresco del periodo difficile e confuso della Resistenza italiana.

Lo stile dei fratelli Taviani si caratterizza per essere intenso e allegorico, bisognoso di una lettura a diversi strati. Nonostante questa complessità, i film non dimenticano lo spettacolo e la recitazione appare eccessiva per il cinema, più vicina al linguaggio teatrale.

Cesare deve morire

cesare

Il film è il penultimo dei Taviani ed è uscito nel 2012. In realtà quest’opera può essere definita un docu fiction, essendo quasi una ripresa del laboratorio teatrale realmente promosso nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia. I detenuti, anche quelli condannati all’ergastolo (senza fine pena mai), riescono a occupare le loro giornate mettendo in scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Già la prima sequenza immerge completamente lo spettatore nell’opera teatrale, quasi come se i carcerati si fossero completamente immedesimati con i loro personaggi. I temi della ricerca del potere, l’ambizione, la colpa e l’espiazione si confondono nei dialetti napoletani, siciliani e romani dei delinquenti.

La sapiente mano dei fratelli Taviani si intravede grazie alle riprese fatte dall’alto dei cortili del carcere o dei piani sequenza dei detenuti che entrano in cella. Il carcere si vede anche se si recita Shakespeare. Non si dà nessun giudizio né giustificazione agli atti criminali, ma l’arte sembra dare un’ultima speranza di comprensione delle azione commesse.

A volte gli attori sembrano recitare la vera realtà del carcere, ma bravi i Taviani per avere lasciato questi errori di recitazione. In questo modo lo spettatore non dimentica di avere di fronte dei non attori, delle persone che cercano nel teatro un modo per interpretare la loro vita.

Un film sull’ importanza della cultura, soprattutto per chi ne ha conosciuta veramente poca.